Draghi e il modello sociale europeo: dal WsJ a La Tribune

28/02/2012

Il modello sociale europeo è ormai superato e i Paesi con il bilancio in rosso non hanno altra strada che risanare i conti pubblici cercando di attutire l’impatto recessivo. Per farlo, la priorità sono le liberalizzazioni e la riforma del mercato del lavoro... Così il presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi in un'intervista rilasciata al Wall Street Journal il 24 febbraio scorso. "Non era mai accaduto che il governatore della Banca centrale parlasse con tanta veemenza della crisi che stiamo attraversando", commenta Philippe Mabille, direttore del quotidiano economico francese La Tribune...

Per Mario Draghi - scrive Mabille su La Tribune del 27 febbraio scorso - ex banchiere di Goldman Sachs e nuovo responsabile della moneta unica, salvare l’euro sarà possibile solo a caro prezzo. Secondo lui non esistono alternative all'applicazione di rigorose politiche di austerità in tutti i paesi indebitati, il che significa rinunciare a un modello sociale fondato sulla sicurezza del posto di lavoro e su una generosa ridistribuzione sociale. Il modello sul quale l’Europa ha basato il proprio benessere dalla fine della seconda guerra mondiale è ormai “superato”, ha detto testualmente Draghi, che ha poi citato la frase dell’economista tedesco Rudi Dornbusch: “Gli europei sono così ricchi da potersi permettere di pagare tutti per non lavorare”.
L’intervento del governatore della Bce potrebbe sembrare una provocazione, a pochi giorni da quando la banca centrale staccherà un secondo assegno di 500 miliardi di euro per le banche che il 29 febbraio busseranno allo sportello approntato per salvare l’euro. Come smentire chi sostiene che stiamo sacrificando i popoli per salvare le banche? Le tesi di Draghi sono senza appello: qualsiasi passo indietro rispetto ai programmi di risanamento provocherà la reazione immediata dei mercati, che spingeranno i tassi di interesse ancora più in alto rendendo sempre più difficile – per non dire impossibile – rimettere in sesto le finanze pubbliche. È accaduto alla Grecia, e c’è mancato poco che accadesse anche a Portogallo, Spagna e Italia.

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